Estuvo en Sanià junto a:
Ho un problema con il presente. Non il tempo verbale, che mi piace molto, ma con le cose che stanno accadendo: non le vedo, e non le vedo perché non presto attenzione.
Sono stata una bambina eternamente imbambolata e sono un’adulta molto distratta: trascuro, procrastino, mi perdo, non è raro che mi ritrovi incantata nel mezzo di un’azione quotidiana, il corpo tentennante e la testa presa nelle sue immaginazioni. Mentre il presente mi si svolge attorno e sotto i piedi, per la maggior parte del tempo io sono altrove (detto altrimenti: la mia attenzione, il mio sguardo, la mia immaginazione, sono sempre dove non sono io).
Qualcuno mi ha detto che è una forma di neurodivergenza che potrei tenere sotto controllo con dei farmaci, qualcun altro che è il privilegio di chi non ha nessuno di cui prendersi cura (ti vorrei vedere se avessi un figlio!), qualcuno che è una fuga dalla realtà causata da qualche trauma originario che anni di psicoanalisi non hanno rivelato. Io resisto alle soluzioni perché appartata in questo altrove ci sto tanto bene, e nella frizione tra vita reale e vita immaginaria – ognuna che pretende di essere la vita vera – dal mio punto di vista è più la prima che mi distrae dalla seconda.
Mi piacerebbe dire che questa vita immaginaria in cui fuggo, mi rifugio, vivo il mio privilegio, è una foresta rigogliosa di invenzioni e fantasie spericolate, ma la verità è che per la maggior parte del tempo, mentre la mia vita accade, io sono distratta a pensare alla mia vita.
Qualche decennio fa, durante un laboratorio di scrittura, un docente mi ha esortato a distogliere l’attenzione dal mio ombelico e ad «aprire le finestre», a «guardare fuori», perché la mia immaginazione – ha detto sventolandomi davanti al naso i fogli A4 su cui era stampato il mio racconto – puzzava di muffa.
Naturalmente non l’ho presa bene, ma era vero: non so scrivere che di me, mi interesso solo io. Tuttavia, negli anni, non ho aperto le finestre, non ho guardato fuori, e se sollevo gli occhi dal mio ombelico è solo per girare il collo e guardarmi alle spalle, e osservare in trasparenza gli ombelichi di quella sfilza di bambine, ragazze, donne giovani e meno giovani che già sono stata, e a cui, mentre le cose stavano accadendo, non ho prestato attenzione. La mia immaginazione puzza di muffa perché è una muffa: ha bisogno che qualcosa mi succeda e ha bisogno che quel qualcosa, per qualche tempo, rimanga lì, un po’ dimenticato come un’albicocca nella fruttiera, per infiltrarsi nella polpa, nutrirsene e fiorire.
Tutto questo solo per dire che mi dispiace ma non ho scritto nessun diario a Sanià; mentre Sanià accadeva io pensavo ad altro, scrivevo di altre cose già un po’ dimenticate. Ero lì per questo. Però ecco, adesso che sono a Roma, e Sanià da qualche settimana se ne sta lì nella fruttiera…
… A Sanià passo quasi tutto il tempo su una panchina. Delle due è quella più in alto, in fondo al giardino, oltre l’amaca, accanto a un muretto a secco che affaccia sugli scogli e sul mare. Da qui vedo tutto: le calette, la piscina con le sdraio sempre vuote e qualche foglia malinconica a galleggiare in superficie, la veranda coperta che è il posto di Fernanda e Pirueta, la terrazza dove pranziamo nei giorni di sole, la casa in cui dormiamo io, Fernanda e Andrés, la cabaña di Alana, i boschi e oltre i boschi, se attraverso i boschi con lo sguardo – giù per il sentiero che passa intorno alla barraca di Dalì – vedo la spiaggia grande dove la mattina vado a camminare con i polpacci immersi nell’acqua gelida, ed è il posto più lontano dalla panchina in cui mi consento di mettere piede. Dalla panchina vedo le finestre ad arco del mio studio smisurato, con il divano smisurato che mi fa sentire, per la prima volta nella vita, una donna minuta. Una sera oltre le finestre ad arco ci sono io che ballo Dance Yrself Clean sul tappeto smisurato e un’altra sera un fantasma accende il televisore smisurato e mi propone un documentario su una donna accoltellata in Messico: fingo di spaventarmi e fingo di non spaventarmi. Non vedo i fantasmi, ma so che ci sono: nella notte ci visitano a turno in forma di ombre, gocciolii, moti d’aria (anche se Andrés ammette solo che «dormí mal»): sono Perry e Dick, Capote stesso, le nostre immaginazioni al lavoro, o le persone che già siamo stati e a cui non abbiamo prestato attenzione, e ora si presentano a chiedere il conto[1]. Sulla panchina – a volte con il giaccone, a volte spalmata di crema solare – leggo Kincaid, Carson, Lispector. Faccio la foto di una pagina, stringo i margini attorno a un paragrafo e la mando a G.:
Scrivere è il modo di chi si serve della parola come esca: la parola pesca quel che non è parola, quando la non parola – quello che è fra le righe – abbocca, qualcosa è stato scritto. Una volta che si è pescato quel che è fra le righe, ci si potrebbe sbarazzare con sollievo della parola. Ma lì finisce l’analogia: la non parola, abboccando, ha incorporato l’esca. L’unica soluzione allora è scrivere distrattamente.[2]
mi chiede da dove arriva. Lispector, gli scrivo. Lui mi risponde con un’altra foto:
Übersprung: parola che riguarda anche noi. È il volgersi altrove, passare ad altro, manifestare il gesto del distacco, come un addio. La divagazione dal tema, l’evasione da una parola, e insieme la caccia alle parole, il disfarsene: sono altrettanti modi mentali dello scrivere.[3]
Gli chiedo da dove arriva, dice Jaeggy. Mi maledico per non aver portato Jaeggy. Sento che è vero, queste frasi mi riguardano, e riguardano Sanià. Dalla panchina giro le due foto ad Alana, a Fernanda, ad Andrés (ci siamo accordati per fingere di capire le nostre rispettive lingue, e infatti mi mandano dei cuori), le giro anche a Nico (che la mia lingua la capisce davvero, anche lui manda un cuore). Nei giorni, sulla panchina, riempio un quaderno intero di appunti a matita. Leggo Musil e Carroll, poi cedo e compro un ebook di Jaeggy. Ogni tanto Ploma mi raggiunge con la sua pelota e io gliela lancio e lei me la riporta e io gliela rilancio e lei me la riporta e io gliela rilancio e lei me la riporta e andiamo avanti così fino alla fine dei tempi. Bevo caffè con latte di avena, o spremuta d’arancia, o vino bianco. Una volta Mike si avvicina per fare una telefonata perché qui c’è campo, e mi chiede scusa per il disturbo come se la panchina fosse mia. In effetti, penso, è mia, ma non mi crea nessun disturbo che Mike venga qui a telefonare. Penso ancora alle parole di Lispector, alle parole di Jaeggy: so che sono vere e non so se le capisco. Nella mia testa pronuncio la parola Übersprung sapendo che la mia pronuncia tedesca, anche nella testa, fa schifo. Dalla panchina faccio anch’io qualche telefonata, pochissime: F., V., mia madre, G. Aspetto che sia quasi il tramonto per fare una videochiamata con O., non ci sentiamo da settimane: gli mostro il mare, la piscina, la facciata della casa, Ploma con la sua pelota, il cielo rosa, la panchina stessa; penso che lui potrebbe mostrarmi i grattacieli ma non gli viene in mente. Quando ci salutiamo mi è chiaro che non ci vedremo più e per un po’ sulla panchina sono triste. Poi penso che scriverò della donna che l’estate scorsa l’ha incontrato a Berlino ma non subito: so ancora troppe cose di lei. Leggo Bachmann, leggo Ginzburg. Guardo alcune scene di Land des Schweigens und der Dunkelheit sul cellulare (non lo pronuncio), e Lutz Förster che segna The Man I Love in un frammento di Nelken. Una volta mangio un quadretto di cioccolata alla psilocibina e non so più scrivere e nemmeno leggere ma penso a Lispector e a Jaeggy e non capisco, allora ascolto tutto Spira di Daniela Pes e il mare sbrilluccica a tempo di musica e il muschio sul muretto a secco freme e si accende di tutti i gialloverdi e mi commuove. Un’altra volta mi alzo fischiettando con le mani in tasca, controllo che non ci sia nessuno in giro e provo a mettermi sull’amaca ma non ci riesco, dunque sempre fischiettando torno sulla panchina e fingo che non sia mai successo. Un paio di volte, sulla panchina, mi sdraio e dormo.
Penso che su questa panchina faccio molte cose ma non scrivere, eppure niente di tutto questo mi sembra una distrazione dalla scrittura. Ci metto un po’ a rendermi conto che a Sanià niente mi può distrarre dalla scrittura, perché a Sanià non c’è nessuna frizione tra vita reale e vita immaginaria, e la domanda su quale sia più vera perde di senso. Questa panchina reale su cui me ne sto seduta è anche il mio altrove: io e la mia attenzione, il mio sguardo, la mia immaginazione, siamo nello stesso posto.
Negli ultimi giorni sulla panchina leggo ancora Musil, penso che ho cominciato questo libro prima di Sanià e quando me ne andrò non l’avrò ancora finito. Penso che non me ne andrò, devo dirlo a Nico, stasera glielo dico. Prima di partire chiedo ad Andrés di farmi una foto sulla panchina, perché quando Michele ha scattato le foto ufficiali ha detto che lì la luce non era buona: nella foto che mi scatta Andrés ci sono io che finalmente, libera da distrazioni, leggo, annoto, lancio una pelota, mi imbambolo e mi incanto, parlo con Mike e parlo al telefono, preparo l’esca, mi volgo altrove, passo ad altro, osservo ombelichi, bevo caffè e vino, do la caccia e do l’addio, ascolto musica, dimentico albicocche, piango per O. e per il muschio, divago, evado, fiorisco, fischietto. Forse adesso ho capito.
[1] «Penso che sia saggio mantenersi in buoni rapporti con le persone che eravamo un tempo, che le troviamo o meno una gradevole compagnia. Altrimenti si presentano senza preavviso e ci sorprendono, martellando la porta della mente alle quattro del mattino di una brutta nottata con la pretesa di sapere chi li ha abbandonati, chi li ha traditi, chi farà ammenda.» Joan Didion, Verso Betlemme
[2] Clarice Lispector, Acqua viva
[3] Fleur Jaeggy, Sono il fratello di XX
Ho un problema con il presente. Non il tempo verbale, che mi piace molto, ma con le cose che stanno accadendo: non le vedo, e non le vedo perché non presto attenzione.
Sono stata una bambina eternamente imbambolata e sono un’adulta molto distratta: trascuro, procrastino, mi perdo, non è raro che mi ritrovi incantata nel mezzo di un’azione quotidiana, il corpo tentennante e la testa presa nelle sue immaginazioni. Mentre il presente mi si svolge attorno e sotto i piedi, per la maggior parte del tempo io sono altrove (detto altrimenti: la mia attenzione, il mio sguardo, la mia immaginazione, sono sempre dove non sono io).
Qualcuno mi ha detto che è una forma di neurodivergenza che potrei tenere sotto controllo con dei farmaci, qualcun altro che è il privilegio di chi non ha nessuno di cui prendersi cura (ti vorrei vedere se avessi un figlio!), qualcuno che è una fuga dalla realtà causata da qualche trauma originario che anni di psicoanalisi non hanno rivelato. Io resisto alle soluzioni perché appartata in questo altrove ci sto tanto bene, e nella frizione tra vita reale e vita immaginaria – ognuna che pretende di essere la vita vera – dal mio punto di vista è più la prima che mi distrae dalla seconda.
Mi piacerebbe dire che questa vita immaginaria in cui fuggo, mi rifugio, vivo il mio privilegio, è una foresta rigogliosa di invenzioni e fantasie spericolate, ma la verità è che per la maggior parte del tempo, mentre la mia vita accade, io sono distratta a pensare alla mia vita.
Qualche decennio fa, durante un laboratorio di scrittura, un docente mi ha esortato a distogliere l’attenzione dal mio ombelico e ad «aprire le finestre», a «guardare fuori», perché la mia immaginazione – ha detto sventolandomi davanti al naso i fogli A4 su cui era stampato il mio racconto – puzzava di muffa.
Naturalmente non l’ho presa bene, ma era vero: non so scrivere che di me, mi interesso solo io. Tuttavia, negli anni, non ho aperto le finestre, non ho guardato fuori, e se sollevo gli occhi dal mio ombelico è solo per girare il collo e guardarmi alle spalle, e osservare in trasparenza gli ombelichi di quella sfilza di bambine, ragazze, donne giovani e meno giovani che già sono stata, e a cui, mentre le cose stavano accadendo, non ho prestato attenzione. La mia immaginazione puzza di muffa perché è una muffa: ha bisogno che qualcosa mi succeda e ha bisogno che quel qualcosa, per qualche tempo, rimanga lì, un po’ dimenticato come un’albicocca nella fruttiera, per infiltrarsi nella polpa, nutrirsene e fiorire.
Tutto questo solo per dire che mi dispiace ma non ho scritto nessun diario a Sanià; mentre Sanià accadeva io pensavo ad altro, scrivevo di altre cose già un po’ dimenticate. Ero lì per questo. Però ecco, adesso che sono a Roma, e Sanià da qualche settimana se ne sta lì nella fruttiera…
… A Sanià passo quasi tutto il tempo su una panchina. Delle due è quella più in alto, in fondo al giardino, oltre l’amaca, accanto a un muretto a secco che affaccia sugli scogli e sul mare. Da qui vedo tutto: le calette, la piscina con le sdraio sempre vuote e qualche foglia malinconica a galleggiare in superficie, la veranda coperta che è il posto di Fernanda e Pirueta, la terrazza dove pranziamo nei giorni di sole, la casa in cui dormiamo io, Fernanda e Andrés, la cabaña di Alana, i boschi e oltre i boschi, se attraverso i boschi con lo sguardo – giù per il sentiero che passa intorno alla barraca di Dalì – vedo la spiaggia grande dove la mattina vado a camminare con i polpacci immersi nell’acqua gelida, ed è il posto più lontano dalla panchina in cui mi consento di mettere piede. Dalla panchina vedo le finestre ad arco del mio studio smisurato, con il divano smisurato che mi fa sentire, per la prima volta nella vita, una donna minuta. Una sera oltre le finestre ad arco ci sono io che ballo Dance Yrself Clean sul tappeto smisurato e un’altra sera un fantasma accende il televisore smisurato e mi propone un documentario su una donna accoltellata in Messico: fingo di spaventarmi e fingo di non spaventarmi. Non vedo i fantasmi, ma so che ci sono: nella notte ci visitano a turno in forma di ombre, gocciolii, moti d’aria (anche se Andrés ammette solo che «dormí mal»): sono Perry e Dick, Capote stesso, le nostre immaginazioni al lavoro, o le persone che già siamo stati e a cui non abbiamo prestato attenzione, e ora si presentano a chiedere il conto[1]. Sulla panchina – a volte con il giaccone, a volte spalmata di crema solare – leggo Kincaid, Carson, Lispector. Faccio la foto di una pagina, stringo i margini attorno a un paragrafo e la mando a G.:
Scrivere è il modo di chi si serve della parola come esca: la parola pesca quel che non è parola, quando la non parola – quello che è fra le righe – abbocca, qualcosa è stato scritto. Una volta che si è pescato quel che è fra le righe, ci si potrebbe sbarazzare con sollievo della parola. Ma lì finisce l’analogia: la non parola, abboccando, ha incorporato l’esca. L’unica soluzione allora è scrivere distrattamente.[2]
mi chiede da dove arriva. Lispector, gli scrivo. Lui mi risponde con un’altra foto:
Übersprung: parola che riguarda anche noi. È il volgersi altrove, passare ad altro, manifestare il gesto del distacco, come un addio. La divagazione dal tema, l’evasione da una parola, e insieme la caccia alle parole, il disfarsene: sono altrettanti modi mentali dello scrivere.[3]
Gli chiedo da dove arriva, dice Jaeggy. Mi maledico per non aver portato Jaeggy. Sento che è vero, queste frasi mi riguardano, e riguardano Sanià. Dalla panchina giro le due foto ad Alana, a Fernanda, ad Andrés (ci siamo accordati per fingere di capire le nostre rispettive lingue, e infatti mi mandano dei cuori), le giro anche a Nico (che la mia lingua la capisce davvero, anche lui manda un cuore). Nei giorni, sulla panchina, riempio un quaderno intero di appunti a matita. Leggo Musil e Carroll, poi cedo e compro un ebook di Jaeggy. Ogni tanto Ploma mi raggiunge con la sua pelota e io gliela lancio e lei me la riporta e io gliela rilancio e lei me la riporta e io gliela rilancio e lei me la riporta e andiamo avanti così fino alla fine dei tempi. Bevo caffè con latte di avena, o spremuta d’arancia, o vino bianco. Una volta Mike si avvicina per fare una telefonata perché qui c’è campo, e mi chiede scusa per il disturbo come se la panchina fosse mia. In effetti, penso, è mia, ma non mi crea nessun disturbo che Mike venga qui a telefonare. Penso ancora alle parole di Lispector, alle parole di Jaeggy: so che sono vere e non so se le capisco. Nella mia testa pronuncio la parola Übersprung sapendo che la mia pronuncia tedesca, anche nella testa, fa schifo. Dalla panchina faccio anch’io qualche telefonata, pochissime: F., V., mia madre, G. Aspetto che sia quasi il tramonto per fare una videochiamata con O., non ci sentiamo da settimane: gli mostro il mare, la piscina, la facciata della casa, Ploma con la sua pelota, il cielo rosa, la panchina stessa; penso che lui potrebbe mostrarmi i grattacieli ma non gli viene in mente. Quando ci salutiamo mi è chiaro che non ci vedremo più e per un po’ sulla panchina sono triste. Poi penso che scriverò della donna che l’estate scorsa l’ha incontrato a Berlino ma non subito: so ancora troppe cose di lei. Leggo Bachmann, leggo Ginzburg. Guardo alcune scene di Land des Schweigens und der Dunkelheit sul cellulare (non lo pronuncio), e Lutz Förster che segna The Man I Love in un frammento di Nelken. Una volta mangio un quadretto di cioccolata alla psilocibina e non so più scrivere e nemmeno leggere ma penso a Lispector e a Jaeggy e non capisco, allora ascolto tutto Spira di Daniela Pes e il mare sbrilluccica a tempo di musica e il muschio sul muretto a secco freme e si accende di tutti i gialloverdi e mi commuove. Un’altra volta mi alzo fischiettando con le mani in tasca, controllo che non ci sia nessuno in giro e provo a mettermi sull’amaca ma non ci riesco, dunque sempre fischiettando torno sulla panchina e fingo che non sia mai successo. Un paio di volte, sulla panchina, mi sdraio e dormo.
Penso che su questa panchina faccio molte cose ma non scrivere, eppure niente di tutto questo mi sembra una distrazione dalla scrittura. Ci metto un po’ a rendermi conto che a Sanià niente mi può distrarre dalla scrittura, perché a Sanià non c’è nessuna frizione tra vita reale e vita immaginaria, e la domanda su quale sia più vera perde di senso. Questa panchina reale su cui me ne sto seduta è anche il mio altrove: io e la mia attenzione, il mio sguardo, la mia immaginazione, siamo nello stesso posto.
Negli ultimi giorni sulla panchina leggo ancora Musil, penso che ho cominciato questo libro prima di Sanià e quando me ne andrò non l’avrò ancora finito. Penso che non me ne andrò, devo dirlo a Nico, stasera glielo dico. Prima di partire chiedo ad Andrés di farmi una foto sulla panchina, perché quando Michele ha scattato le foto ufficiali ha detto che lì la luce non era buona: nella foto che mi scatta Andrés ci sono io che finalmente, libera da distrazioni, leggo, annoto, lancio una pelota, mi imbambolo e mi incanto, parlo con Mike e parlo al telefono, preparo l’esca, mi volgo altrove, passo ad altro, osservo ombelichi, bevo caffè e vino, do la caccia e do l’addio, ascolto musica, dimentico albicocche, piango per O. e per il muschio, divago, evado, fiorisco, fischietto. Forse adesso ho capito.
[1] «Penso che sia saggio mantenersi in buoni rapporti con le persone che eravamo un tempo, che le troviamo o meno una gradevole compagnia. Altrimenti si presentano senza preavviso e ci sorprendono, martellando la porta della mente alle quattro del mattino di una brutta nottata con la pretesa di sapere chi li ha abbandonati, chi li ha traditi, chi farà ammenda.» Joan Didion, Verso Betlemme
[2] Clarice Lispector, Acqua viva
[3] Fleur Jaeggy, Sono il fratello di XX
Estuvo en Sanià junto a: